mercoledì 5 agosto 2015

Costiamo troppo


Ebbene sì: sono riuscita a partecipare ad un incontro del PD a Shanghai, sebbene io sia ancora indecisa sul fatto che sia un vantaggio, alla luce della situazione politica del nostro paese. Comunque il motivo per cui ho deciso di partecipare a questo evento era che nella serata di lunedì 29 giugno il circolo del PD di Shanghai ha deciso d’organizzare una riunione a tema “giovani e lavoro” in Cina ed io, sentendomi legata a entrambi gli argomenti (sì, sono giovane! E sì, devo lavorare!), ho deciso di parteciparvi.
Ebbene sì 2: c’è un circolo PD a Shanghai. Sono rimasta scioccata anche io quando l’ho saputo. Sono stati proprio il presidente e il segretario politico (che tra l’altro era uguale all’imitazione di Bertinotti di Corrado Guzzanti…!) a spendere le prime parole durante l’incontro. Senza dilungarmi molto su ciò che avevano da dire riguardo al loro circolo (non era il tema della serata), puntualizzo solamente di aver apprezzato il fatto che si tratti di un circolo che non riceve fondi di alcun tipo, se non quelli che i membri stessi decidono di dedicarci.
Ma ritorniamo al nostro incontro “I giovani italiani e l’inserimento nel mondo del lavoro in Cina”. Il presidente apre il tema dicendo di aver chiesto al consolato italiano di Shanghai le statistiche circa i giovani residenti nelle province di sua competenza e di aver ricevuto un file contenente le informazioni dei giovani dai 18 ai 35 anni. “Caspita!”, ho subito pensato, “Ma che idea di giovani hanno?”. Comunque, dopo aver spiegato di come il tema “giovani” stia molto a cuore del circolo perché noi siamo il loro futuro (chissà se si interessano anche delle politiche del PD in Italia…), perché in Cina affluiscono sempre più giovani (sarà mica che in Italia non c’è lavoro o meglio c’è ma sotto/non pagato sempre per le famose politiche di cui sopra?) e perché, sempre nell’adorabile Cina, vi siano svariate ed interessanti opportunità lavorative (finalmente sono d’accordo!), si apre la parte centrale della serata: il racconto delle proprie esperienze di tre giovani italiani a Shanghai.
Il primo ragazzo si e’ laureato in Ingegneria a 30 anni (si, ho scritto bene, nessun errore). Un po’ in ritardo, ça va sans dire! Ma tralasciamo questi piccoli dettagli che non sono di nostro interesse, non chiamandoci ne’ Padoa-Schioppa ne’ Brunetta. Ha fatto un erasmus in India, dove ha vissuto momenti molto difficili, ha imparato cosa significa stare lontani da casa e in un paese in via di sviluppo. Poi, una volta laureato, ha fatto uno stage “con condizioni da stagista”, per usare le sue parole, ma aggiunge: un neo laureato non sa fare molto quindi si tratta di una condizione giustificabile. Problemi non ne ha nella sua permanenza in Cina, anzi ringrazia l'azienda dell'opportunità donatagli di fare esperienza. L’unico ostacolo affrontato è stato ottenere un visto lavorativo, dato che non aveva due anni di lavoro antecedenti (in Cina, per avere un visto di lavoro che permetta una residenza continuativa di almeno un anno, il governo pretende che il richiedente abbia almeno due anni di lavoro alle spalle). Penso immediatamente: beato lui!! Ma dove vive che ci vado subito pure io?? Io mi alzo al mattino e comincio a litigare con i cinesi su wechat già dal letto per ottenere dei risultati e lui invece non ha problemi! Che fortunello! Si vede che nel paradiso cinese dove lui vive non c’è inquinamento, la qualità del cibo è certificata da una catena di controlli qualificata, per strada vengono rispettate le regole, lavorano tutti egregiamente, non si perde tempo in nessuna questione burocratica e non si danno nemmeno mazzette. Il tutto unito al fatto che è stato in Cina “a gratis” per mesi a farsi sfruttare dall’azienda di turno. Un genio vivente in paradiso, in pratica: che gran fortuna!
Il secondo giovane è una ragazza di 24 anni, laureata in lingue. È arrivata in Cina per motivi di studio e di perfezionamento della lingua e si è innamorata di questo paese. Tornata in Italia, ha cercato uno stage che le permettesse di ritornare nel paese di mezzo, cosa che ha trovato dopo non molto ed è quindi rientrata in Cina anch’ella lavorando semi-gratuitamente. La sua volontà di restare era così grande da aver cominciato a tessere relazioni, le famose guanxi, con aziende varie ed eventuali e, dopo essere passata da un progetto a un altro, ha infine ottenuto un lavoro “normale” (ho intuito, a questo punto, che per lavoro intendesse “un’occupazione specifica che prevede una retribuzione ed è fonte di sostentamento”). Anche per lei il più grande ostacolo è stato ottenere un visto lavorativo, sempre per il problema di non avere due anni di lavoro precedenti.
Infine, l’ultimo dei tre giovani, è un designer di 25 anni. Racconta di aver lavorato presso diversi studi durante gli studi per fare pratica. È arrivato in Cina attraverso l’università con una borsa di studio che gli permette di mantenersi in parte e, in parte, dice di mantenersi ancora attraverso il sussidio dei genitori. Vuole restare in Cina perché, nel suo campo, il paese offre grandi possibilità e anche l’azienda per cui lavorava in Italia ha notato questo potenziale e vuole sviluppare il suo mercato qui. Finito il suo intervento, ho tirato un sospiro di sollievo perché pensavo davvero di essere finita ad un incontro di tossicodipendenti di crack, tanto era l’euforia con cui descrivevano la loro esperienza cinese.
Si passa quindi la parola a Pasqualucci, direttore dell’ICE di Shanghai, il quale si limita a presentare l’ospite d’onore della serata, Romeo Orlandi, vicepresidente di Osservatorio Asia.
Orlandi parla della Cina in toni molto rassicuranti, partendo con un’interessantissima analisi storico-economica del paese, che per lui rappresenta la base per capire, entrare e avere successo in questo paese dal punto di vista imprenditoriale. Parla della voglia che questo paese ha di riscattarsi, di crescere, di innovarsi, a volte anche a scapito dell’individuo ma di sicuro applicandosi tenacemente. Parla inoltre di altri vantaggi della Cina, quali per esempio un clima politico sicuro e stabile, un’enorme bacino di forza lavoro e infine un sistema infrastrutturale molto sviluppato e ottimale dal punto di vista qualitativo. Tutto ciò crea un ambiente ideale per lo sviluppo imprenditoriale che ha garantito stabilità di crescita economica per 35 anni, ovvero dall’inizio degli anni ottanta con l’apertura economica voluta dall’allora capo del partito Deng Xiaoping. Esorta quindi i giovani a intraprendere progetti in questo paese, che è ancora un grande motore di sviluppo e rappresenta un grande mercato di possibilità per le imprese italiane. Un intervento a mio avviso molto ben costruito, coinvolgente e soprattutto condivisibile, come ci si aspettava appunto da un sinologo-economista quale lui è.
Seguono infine uno spazio per le domande, dove vi sono alcuni piccoli interventi dei ragazzi del pubblico i quali, sulla scia dei loro colleghi precedenti, si limitano a riconoscere la difficoltà anche da loro vissuta nell’arrivare in Cina con lavori non pagati o sottopagati ma come la loro tenacia e il loro amore per questo paese gli abbia comunque permesso di superare le difficoltà e andare avanti. Commovente, davvero.
Al che, mi permetto di fare un mio piccolo e umile intervento, dicendo che tutto ciò che è stato raccontato è molto bello e condivisibile ma tralascia a mio avviso tre punti cruciali che, in un incontro del Partito Democratico, che si definisce “di sinistra” all’interno dell’area politica italiana (o forse, per citare Nanni Moretti, meglio dire “di centro-sinistra, di centro-centro-sinistra), mi sembra inappropriato non affrontare. Premetto che anche io concordo sul fatto che la Cina, in questo particolare momento storico, offra un ambiente carico di opportunità imprenditoriali e lavorative, di dinamismo e di idee che in Italia sicuramente ci sogniamo. Sono anche totalmente d’accordo sul fatto che per un “giovane” si possano quindi presentare infinite possibilità di sviluppo e crescita dal punto di vista lavorativo. Tuttavia, innanzitutto, bisogna mettersi d’accordo su chi sono i giovani: io, per esempio, ho 28 anni, mi ritengo giovane ma, come qualcuno mi fa notare, tanto più giovane non sono. Di certo, in ogni caso, non posso compararmi a un 21 o 22enne e figuriamoci se questi, a loro volta, possono essere accomunati ad un 35enne! La situazione-economico lavorativa è completamente diversa e tali sono le esigenze. Da una parte vi sono neo-laureati con nessuna esperienza, in mezzo ci sono giovani con 3 o 4 anni di esperienza lavorativa alle spalle, e infine vi sono adulti abbastanza giovani (con meno di 40 anni) che vantano un decennio di esperienza lavorativa: mi sembra chiaro ed evidente che si tratta di situazioni molto differenti tra di loro. Inoltre, parlando delle prime due categorie, mi sorgono due diversi sentimenti: da una parte, lo sconforto nel pensare come la maggior parte dei miei coetanei debbano arrivare in Cina e “tirare a campare” o farsi supportare dai loro genitori a quasi 30 anni, una situazione nemmeno comparabile alla schiavitù, in cui purtroppo gli schiavi non avevano scelta, ma bensì di netto servilismo, dove le persone deliberatamente decidono di pagare per lavorare. L’antitesi della definizione di lavoro stessa. Dall’altra, di profonda rabbia: ma scusate, e chi non si può permettere di pagare per lavorare? Che fa? Rimane indietro? Per non parlare del fatto che, in questo modo, non arrivano nel mondo del lavoro i più volenterosi o i più capaci (i migliori) bensì quelli più ricchi che se lo possono permettere (leggasi: paraculati dai genitori). Questo, faccio notare, non mi pare molto “di sinistra”. Infine, è tanto bello e giusto vantare i pregi di questo paese, ma è altrettanto giusto e corretto specificarne gli svantaggi (per una piccola parte di questi, leggete pure il paragrafo della testimonianza dei primo “giovane”). Per quanto una persone possa essere attratta o amare questo paese, vi sono dei pericoli o delle situazioni oggettivi che le persone devono necessariamente affrontare e che le aziende devono tenere presente. Un esempio su tutti? La sanità. Benché impiegati con contratto cinese, nessuno straniero ha diritto al sistema sanitario se non a pagamento o con la stipulazione di un’assicurazione. Nel retribuire un dipendente in Cina, quindi, l’azienda dovrà quindi tenere presente di riservare una parte del salario per quello, oppure, come fanno quasi tutti, di pagare un’assicurazione ai suoi dipendenti. Impiegare una persona gratuitamente, ovvero lasciando a lei l’onere di pagarsi vitto, alloggio e spostamento verso la Cina, o senza un minimo di garanzie economico-sociali in Cina è davvero sfruttamento volto al beneficio di un’unica parte: l’imprenditore, l’azienda. Io lo trovo molto scorretto e, anche in questo caso, mi rammarico del fatto che nessuno di questi miei colleghi abbia almeno nominato l’argomento.
La risposta al mio intervento arriva secca e diretta da Orlandi stesso durante il networking successivo all’evento: “Lei, signorina, costa troppo”, mi risponde. Io costo troppo? Non ne sarei proprio sicura. Scommetto quello che vuole che lui costa più di me, ma mi piace vincere facile. Per Orlandi la soluzione del problema è l’eliminazione di figure come me dal mercato del lavoro perché “costano troppo”. Ovvero, per Orlandi, lo sfruttamento incondizionato da parte di aziende italiane squattrinate e mal organizzate è giustificabile perché il lavoratore “costa troppo”. Per Orlandi, la maggior parte delle persone di questo intero pianeta che, per campare, devono lavorare ovvero, come dicevo più sopra, avere “un’occupazione specifica che prevede una retribuzione ed è fonte di sostentamento”, costano troppo. Non importa che in Cina la gente dell’età di Orlandi con posizioni manageriali viene pagata con stipendi a 4 zeri (di euro), vivendo in ville da sogno (da leggere come lo direbbe Briatore), con sanità, scuola e aerei VIP pagati per lui e tutta la sua famiglia (a mio avviso anche giustamente, si badi bene), nel bilancio finale sono i giovani a 1 migliaio di euro e poco più a costare troppo all’azienda. Ecco, io penso che sia una cagata pazzesca.